Tag Archives: Case Study

Sui Social Media Bisogna Osare

Dopo la piacevole pausa del Lucca Comics e la meno piacevole pausa del computer fuori-uso, si torna a parlare di Social Media e di Marketing com’è giusto che sia. Questo post è ispirato dall’articolo “10 Risky Social Media Moves Real Brands Aren’t Afraid to Make” di Hubpost.
Se non l’avete ancora capito i social media non sono una moda passeggera: ce lo dimostra il nuovo video di SocialNomics che torna aggiornato nella versione 2013. Nel nuovo video Eric Qualman ci informa che il 90% delle persone si fida delle raccomandazione dei suoi pari sui social network, ma solo il 14% crede alle pubblicità.

1. Make ‘em Laugh

Qualche tempo fa nei commenti di questo post, scrivevo che a me piace “far ridere” nel senso più buono del termine. Il mio obiettivo è riuscire a strappare un sorriso ai lettori, anche quando parlo di cose tecniche. “Make ‘em laugh” cantavano in Singing in the Rain e io ne ho fatto una filosofia. Ma questo discorso non si limita solo a me e al mio piccolo blog. I Social Media hanno abbattuto le barriere della formalità e chi lavora nel Social Media Marketing deve saperlo e agire di conseguenza. Il consiglio è: non siate troppo seri.

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Acrossnowhere

About Elisa Acrossnowhere

Sono nata nel 1986 e sono connessa ad internet dal 1999. Lavoro con il Web ma non è una semplice occupazione, è una vera e propria vocazione. Mi definisco una Factotum del Web-Marketing, in particolare mi occupo di SEO e Community Management. Ero una nerd prima che fosse una cosa cool, porto gli occhiali perché sono miope e nel tempo libero mi piace leggere e scrivere.

Il Social Media Fail non è una prerogativa italiana

A volte un D’HO non basta

Il 29 maggio scorso, il giorno del secondo terremoto in Emilia Romagna, Groupalia si era resa protagonista di un Social Media Fail su Twitter per aver usato l’hashtag #Terremoto per pubblicizzare una loro offerta. Ovviamente e giustamente si era scatenato un putiferio. Ma Groupalia non è l’unica che si è resa protagonista in questi mesi di una pessima gestione social: si cominciò mesi fa con Patrizia Pepe, c’è stato il caso di Repubblica XL e poi ovviamente il problema censura selvaggia di RTL 102.5.

Qualche settimana fa su Twitter Skande scrisse:”Come le aziende utilizzano i social media?” linkando a questo suo post del blog. D’istinto, risposi che, considerando che scoppiava un casino a settimana, le aziende, i social media, li utilizzando maluccio e lui mi rispose che non si riferiva solo alle aziende italiane. Il problema purtroppo non è circoscritto alle aziende italiane, gli dissi, citando il caso di Starbucks Irlanda e di Durex Sud Africa.

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[Case Study] Kony 2012 – Quando è virale non si può fermare

Un paio di giorni fa su Tumblr è cominciato a girare un video dell’associazione Invisible Children in cui veniva presentato Joseph Kony, il leader della Lord’s Resistance Army e feccia dell’umanità; tra i suoi crimini si ricorda omicidio, stupro, mutilazioni e aver rapito centinaia di bambini per farne soldati.

Il video dell’associazione Invisible Children, che sta girando in questi giorni, ha diversi obiettivi.

  1. Far conoscere Joseph Kony e le sue atrocità
  2. Far diventare Kony famoso, in modo da tenere vivo l’interesse delle persone sul problema
  3. Dall’attenzione delle persone si ottiene l’attenzione degli alti poteri politici
  4. Gli alti poteri politici avrebbero fatto sì che i 100 soldati americani, già in Uganda per fermare Kony, vi restino fino alla sua cattura
  5. Per fare in modo che Kony diventi famoso non c’è solo il video e la campagna di Invisible Children, ma anche un KIT per tappezzare le città di tutto il mondo di poster “Kony 2012″

L’associazione Invisible Children

Considerato che io ero una di quelle che non conosceva Joseph Kony, ho deciso di guardare il video e di postarlo sulla mia pagina Tumblr e lanciare un paio di Tweet. Male non farà, no? Ma è bastato poco per capire che invece sì, male fa, perché il gruppo di Invisible Children, che sta dietro all’iniziativa Koni 2012, è un gruppo no profit un po’ sospetto.

I tre fondatori di Invisible Children

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